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ITALIANI IN CINA


Partono entusiasti, forse un po’ titubanti. Ma poi tornano conquistati. Se tornano. Quando scoprono la Cina, gli studenti italiani raramente l’abbandonano. Nella maggior parte dei casi, finisce che non la lasciano più: cercano di restare, di prolungare la propria permanenza, di trovare altre opportunità per fermarsi. Chi ci mette piede, chi ne annusa l’aria dalle aule universitarie e dalle strade, lo sente subito: questa è la terra dove tutto è ancora possibile. O, almeno, dove è ancora concesso sognare.

Sembra sempre grigia l’Europa, a vederla da Pechino e Shanghai. Immobile, ammuffita. Sospirata anche, quando manca

no la mamma e la pizza. Ma i ventenni e i trentenni che per scelta o per caso si ritrovano a studiare in Cina capiscono presto che da questo Paese non potranno più slegarsi. Per passione, o per necessità. Così, mentre le istituzioni italiane faticano a tenere il ritmo del resto del mondo, che da tempo ha messo Pechino tra le sue massime priorità, i giovani nostrani fanno da soli. Sempre più numerosi, con numeri in crescita anno dopo anno, sono alcune centinaia oggi quelli che partono, si ingegnano, cercano e trovano borse di studio, scelgono corsi di laurea a metà tra Italia e Cina, scelgono MBA a Shanghai invece che a Londra. Lo ha fatto Alessio Avancini, 29 anni, iscritto a un MBA part-time organizzato dall’Euromed Ecole de Management di Marsiglia all’università Jiaotong. «Ho un lavoro a tempo pieno qui che non volevo lasciare. Tutta la mia esperienza di studio e professionale è legata alla Cina, qui mi sento più produttivo. L’Europa? Potrei trovare lavoro in una multinazionale cinese con base in Italia». Come lui, altre decine di italiani hanno scelto di studiare business in Cina. Sono invece ben trecento gli studenti italiani che Bocconi invia ogni anno a seguire corsi nei più prestigiosi atenei della Repubblica popolare. Andrea Carta, 23 anni, è uno di loro. Dopo un anno a Shanghai, a settembre tornerà in aula a Milano, ma per ora non ha fretta di rientrare: «Voglio fare uno stage qui, anche per capire come funziona il mondo del lavoro da queste parti. Non so ancora dove cercherò un impiego dopo la laurea specialistica, ma il mio futuro sarà legato alla Cina». Anche il Politecnico di Milano e Torino hanno avviato (dal 2006) programmi di scambio e sono 20 ogni anno gli studenti italiani che frequentano il PoliTong, il campus sino-italiano creato in collaborazione con la Tongji University di Shanghai. È invece una minoranza, coraggiosa e specializzatissima, quella degli italiani che si avventurano a frequentare master e dottorati in materie umanistiche o scientifiche negli atenei cinesi, in classi cinesi. Sono pochi (si contano sulle dita di due o tre mani) perché il livello di conoscenza del cinese necessario per un simile passo è molto elevato. E perché chi affronta percorsi del genere sa che dovrà sostenere anche difficoltà economiche, visto che le borse di studio offerte da Roma non durano più di due anni. Loro però sanno che si trovano nel posto giusto, come Gaia Perini, 34 anni, studentessa di master in letteratura cinese moderna alla Qinghua: «Stare in Cina in questo momento sembra la scelta migliore». Ed è un investimento che farà la differenza: «Per chi vuole lavorare come traduttore e interprete come me, è sempre più importante specializzarsi, sapere leggere e scrivere – dice Gaia -. Il livello per parlare di affari ormai ce l’hanno in troppi».


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