• Admin

A SHANGHAI, CACCIATA DAL NORD EST...


http://anordest.corrieredelveneto.corriere.it/veneto/articoli/2011/02/fuga_ad_oriente.html

Di Luca Barbieri Corriere Veneto

Silvia ci ha provato. Dopo quasi quattro anni in Asia, lei, che era partita da Postioma, paesino della Marca, in Veneto ha pure tentato di tornarci. “Avevo voglia di fare qualcosa se non “per”, almeno “con” il mio Paese di nascita”. Niente da fare,Silvia dal Veneto e dall’Italia è dovuta scappare, respinta. Non è la sola, purtroppo. Il suo caso è stato raccontato nei mesi scorsi da Time magazine ed è rimbalzato sulle colonne di Internazionale. E lei, suo malgrado, sta diventando un simbolo.

La chat è mattutina. Lei a Shanghai in ufficio, io in cucina a fare colazione. Silvia gestisce un progetto della Commissione europea per la costruzione di edifici ecosostenibili. Un curriculum da fare invidia: laureata in studi internazionali a Gorizia, due master per sviluppare le competenze di business legate alla Cina e al mondo asiatico. Ha un blog, , in cui tiene una sorta di diario asiatico.

Come sei arrivata in Cina la prima volta, Silvia? “Mentre scrivevo la tesi per il master mi sono messa a cercare un lavoro che mi mettesse in relazione con l’Asia. Mi andava benissimo anche fare base in Italia e poter viaggiare con l’Oriente, non cercavo per forza un trasferimento permanente. Il primo impiego che ho trovato è stato in una multinazionale con sede ad Asolo. Avevo accettato per le prospettive di crescite che mi erano state anticipate durante il colloquio. In realtà poi mi sono ritrovata a fare un lavoro puramente commerciale-amministrativo, senza nessuna possibilità di sviluppo e di crescita. Non era quello che volevo fare. Rischiavo di rimanere ingabbiata e, con l’approvazione delle colleghe per la scelta di mollare tutto e partire, mi sono licenziata“.

E’ il 2005, Silvia trova l’opportunità di uno stage di sei mesi a Pechino e parte. Non parlava cinese ancora, ma impara presto. Il passo successivo è un impiego di due anni alla Camera di Commercio Europea a Shanghai nel ruolo di Marketing and Events manager. Poi, arrivano un incarico di sei mesi a Tokio, e il ritorno in Cina in occasione delle Olimpiadi con un lavoro come assistente e interprete a Casa Italia.

E a fine del 2008, dopo tre anni abbondanti in Asia che Silvia pensa di mettere a frutto le sue competenze qui, in Veneto. E inizia il suo piccolo incubo.

“E dire che tutti gli italiani in Asia mi avevano sconsigliato: sei folle, mi dicevano, a tornare a casa”.

Silvia invece fa di testa sua, torna in Veneto e inizia a cercare lavoro. A fatica, ma qualche colloquio Silvia lo ottiene. Sono imprese del Nord Est, la locomotiva di Italia, quelle che tentano di mordere la tigre asiatica. “Il mio profilo era giudicato sempre troppo alto. I contratti che mi offrivano e le prospettive erano quelle che avrei potuto trovare a un colloquio dopo il diploma di maturità: nessun serio progetto di sviluppo e crescita, solo piccole operazioni commerciali. Gli imprenditori con cui ho parlato mi guardavano tutti dall’alto al basso, si chiedevano cosa pretendessi. Niente di alieno: solo un progetto e una prospettiva. E dire che tutti parlavano della necessità di stringere rapporti con l’Asia. Ero lì, parlavo il cinese, avevo passato tre anni tra Cina e Giappone…”.

Ma in Italia anche ottenere un colloquio e cercare lavoro non è facile. “L’ho fatto attraverso tutti i canali ufficiali e pubblici.Uno dei problemi che ho riscontrato è che non esiste un meccanismo trasparente per cercare lavoro. Le agenzie interinali, con tutto il rispetto, trattano solo profili di bassa manovalanza. Le società di selezione del personale cercano solo profili limitati. Manca in generale la flessibilità mentale per uscire dalle categorie classiche: avvocato, ingegnere, medico. I formulari non prevedono nemmeno una casella ad hoc per una persona come me: rimanevo sempre nella voce ‘altro’, che va dall’alieno a quello che sono io. Sono andata anche ai centri dell’impiego. Ero quasi l’unica italiana, mi sono trovata spesso in situazioni umilianti e ridicole che hanno portato il mio umore ai minimi storici”.

Dopo sei mesi passati a sbattere la testa contro il muro Silvia ha deciso di riguardare ad Oriente. E il lavoro – altamente qualificato – è saltato fuori subito. “Certo vivere in Cina non è facile. Si viaggia a una velocità diversa. Ma c’è un orizzonte, e ogni giorno puoi toccare con mano i risultati del tuo lavoro. Mentre in Italia rischi di fare una vita di sacrifici per trovarti sempre al punto di partenza“.

Ma il problema, Silvia, a tuo avviso qual è? “Prima di tutto il problema è culturale: la cosa che mi dà fastidio del Veneto, quella che mi ha fatto fuggire, è l’ignoranza mista ad arroganza. Incontrare imprenditori ricchi che non conoscono le cose (e non c’è nulla di strano in questo, ognuno di noi non sa alcune cose) ma vogliono comunque insegnartele. Il Veneto sta stretto, l’ignoranza di una regione ricca è ancora più inaccettabile. Ad ogni colloquio ho sempre avuto questa percezione, di essere scomoda, semplicemente perché la mia esistenza, quella dei giovani che guardano fuori, turba il penoso stato delle cose. Il terzo mondo è il Veneto, non certo la Cina“.

Pensi di tornare? “Io posso anche pensarci. La famiglia e la mia terra mi mancano sempre, certo. Ma tornare per cosa? Non credo a qualcuno interessi veramente che io o altri rientriamo. Mio fratello ora vive in Canada, mia sorella minore probabilmente cercherà anche lei la strada dell’estero.Questa situazione, questa forma mentis, non cambierà prima di due o tre generazioni...”


0 visualizzazioni

GET IN TOUCH

We'd love to hear from you

OUR SPONSOR

1/24

2019 by Veneti di Cina